scroll

Native Advertising e la nuova pubblicità

Silvia Risitano - 5 luglio 2017

Cos’è il Native Advertising? Da dove nasce? Quali sono le esigenze che portano un marketer a scegliere questa particolare tipologia di pubblicità web?

Il native advertising nasce dall’esigenza dei pubblicitari di ottimizzare al meglio il ritorno sugli investimenti, che comunemente è definito ROI.

Prima di questa tipologia di pubblicità, gli annunci venivano gestiti attraverso il display advertising.  La sua principale caratteristica  consiste nel posizionare su siti web o portali, dei banner pubblicitari. E dopo 23 anni (il primo banner comparve nell’ormai lontano 1993), il display ads non è ancora del tutto scomparso.

L’inversione di tendenza nasce dal fatto che la pubblicità erogata attraverso l’utilizzo di banner, ha delle “falle” soprattutto nel modo in cui questa viene proposta agli utenti:

  • troppa pubblicità. Circa un utente su mille clicca sulle pubblicità display. Questo è dovuto principalmente alla immensa mole di banner che, ogni giorno, vengono inviati gli utenti.
  • banner sempre più invasivi. Per catturare l’attenzione dell’utente, i vari network di advertising, propongono ai clienti pubblicità “rich media” sempre più invadenti. Questo ha scatenato la reazione degli utenti che in massa hanno installato software di Ad Blocking, mandando in “fumo”, solamente nel 2015, circa 41 miliardi di dollari investiti in pubblicità.
  • non viene garantita la brand safety. Il cliente non ha la certezza di dove verrà pubblicato il proprio marchio, andando incontro ad una possibile associazione tra “brand” e un contenuto inappropriato.
  • i banner non sono responsive. I banner utilizzati nella display advertising non sono ottimizzati per essere visualizzati anche su dispositivi mobile. In questo modo si rischia di  perdere gran parte dell’utenza. Basti pensare che il 60% del traffico di un sito proviene da smartphone.

Gli advertiser, per ovviare a questa problematica, hanno creato nuove strategie di vendita. come ad esempio compagne che vedono protagonisti gli influencer, oppure strategie di content marketing. Nonostante ciò, per gli editor, queste tipologie di marketing non erano così efficaci per sostituire le campagne di display advertising. Da qui, grazie anche all’avvento dei social network,  prende forma quello che viene definito native advertising.

È importante sottolineare come nel 2012, già Facebook, attraverso gli “sponsored post” aveva iniziato questa “mutazione”. I contenuti a pagamento proposti dal social hanno la stessa forma, dimensione e funzionalità dei normali post prodotti dagli utenti, andando ad inserirsi nel news feed. La novità introdotta dal social network ha portato i ricavi pubblicitari da Mobile dal 12% al 75% in 5 anni.

Gli annunci pubblicati con il native advertising:

  • assumono la forma del contesto in cui sono inseriti
  • ereditano la funzione della piattaforma in cui vivono (es: il like di Facebook)
  • non interrompono la navigazione dell’utente
  • sono rilevanti per l’utente che li visiona

Grazie al grande successo di questa tipologia di advertising, la IAB (Internet Advertising Bureau) ha codificato 6 formati “nativi”:

  • In-Feed. Pubblicità inserite nei contenuti di un sito editoriale.
  • Paid Search. Pubblicità che appaiono nei risultati di un motore di ricerca
  • Recommendation widget. Annunci a pagamento che promuovono contenuti correlati ad un articolo
  • Promoted listings. Annunci correlati ad una lista di prodotti di un e-commerce
  • In-Ad. Contenuti inseriti all’interno di un formato pubblicitario standard
  • Custom. Pubblicità particolari che vengono promosse autonomamente da un editore. Un esempio di annunci “custom” sono gli articoli sponsorizzati.

 

 

 

Il native advertising ha riscosso molto successo nel mondo degli advertiser, tanto che si prevede per il 2018 un investimento, solamente negli USA, superiore ai 20 miliardi di dollari.

native advertising